La monetina

“Prossima fermata, next stop…”
Alla prossima scendo. La giornata lavorativa è finita, la tensione scende, la stanchezza si fa sentire.
“Apertura porte a destra.”
Si aprono le porte e mi incanalo nel flusso di gente che si avvia all’uscita. Prendo le scale mobili. I cartelli raccomandano di tenere la destra perché c’è sempre qualcuno che ha più fretta di noi. E io sto a destra.
Recupero la tessera del parcheggio e mi dirigo verso le casse automatiche.
Una persona davanti a me sta pagando il parcheggio. Un’assistente con barba e capelli molto lunghi, che non lo fa per mestiere, ma per poter mangiare, cerca di aiutarla chiedendole:
“Vuole la ricevuta?”
Lei, che vuole da fare da sola, le urla:
“Lascia stare!”
Forse un gesto automatico involontario, forse un incomprensione e la mano di lui finisce sul tasto NO.
Si accende l’ira di lei:
“Ma vaffanculo! Mi serviva la ricevuta!”
Lui, con calma:
“Ma ce n’è quante ne vuole di ricevute qui…”
E ne recupera alcune che sono state lasciate sopra la macchinetta.
Lei le guarda velocemente e poi:
“Ma non vanno bene, così ci rimetto 50 centesimi!”
E mentre lei si allontana borbottando, lui:
“Non è che mi dà una monetina per mangiare?”
“Ma vai a cagare!”
E lui, questa volta urlando:
“Mi piacerebbe, ma se non riesco a mangiare non posso cagare!”
E adesso è il mio turno. Inserisco la tessera e seleziono il pagamento della sosta.
“Vuoi la ricevuta?”
Sorrido e dico:
“Si, grazie.”
Preme il tasto della ricevuta, quindi la recupera insieme al resto e mi porge tutto.
“Mi lasci una monetina?”
“Si tieniti il resto.”
Ringrazia e mi saluta.
Vado verso l’auto un po’ più sorridente. Anche se ci ho rimesso una monetina.

Navighiamo

Giornata di lavoro impegnativa, ma è finita. Ora ho solo voglia di salire in auto e tornare a casa. Apro il baule e ripongo la borsa del computer. Apro la portiera posteriore ed appendo il giubbotto all’apposito gancio a fianco della maniglia per reggersi. Salgo, allaccio la cintura e metto in moto.
Scelgo il pulsante NAVIGATORE, quindi DESTINAZIONI PREFERITE ed infine CASA.
In pochi secondi viene calcolato l’itinerario e, a video, appare il tragitto e l’orario previsto di arrivo: 18:55.
Seguendo il consiglio di un collega posiziono lo smartphone sul suo supporto, lo collego all’alimentazione ed imposto l’indirizzo di casa come destinazione. Qui la cosa non è velocissima, il piccolo dispositivo è ancora alla ricerca dei satelliti, quindi mi avvio. Freccia a destra, marcia e via. Trovo sia piacevole viaggiare senza preoccuparsi di ricordarsi la strada, seguendo semplicemente le indicazioni vocali che vengono fornite dal navigatore.
“Alla rotatoria prendere la terza uscita in direzione autostrada” – annuncia una voce femminile
E io prendo la terza uscita.
“Tra 500 metri girare a destra in via Firenze”.
Bene, ho quasi l’impressione che potrei spegnere il cervello. E forse, dopo una giornata impegnativa, ci potrebbe anche stare. Ma, ad un tratto, vengo distratto da un’altra voce femminile proveniente dal telefono:
“Ho trovato un itinerario più veloce. Questa strada ti farà risparmiare venticinque minuti. Accetti la modifica?”
Rispondo istintivamente: “Si” ed il telefono si prepara per darmi indicazioni.
Mi sto avvicinando ad una rotonda, il navigatore dice:
“Alla rotatoria prendere la seconda uscita in direzione autostrada”
Ed un istante dopo è il telefono a parlare:
“Alla rotonda, prendi la prima uscita verso strada provinciale 34”
Due strade diverse? A chi do retta ora?
Mi butto sulla prima uscita perché mi sembra più scorrevole ed il telefono continua:
“Procedi su questa strada per sei chilometri. Arrivo previsto a destinazione per le ore 19 e 10”
Mentre il navigatore ribadisce:
“Fai un’inversione a u appena possibile”
Ed il telefono:
“Tra tre chilometri ti troverai in un rallentamento per lavori in corso. Sei ancora sul percorso più veloce”
E l’altra:
“Fai un’inversione a u appena possibile”
Inizia un battibecco tra dispositivi tecnologici.
“Non darle retta, ci penso io a portarti a casa il prima possibile”
“Avverto una voce ostile che ti sta fornendo indicazioni errate”
“Ehi nonna, gli vorrai mica far prendere l’autostrada, vero?”
“L’autostrada è il percorso più veloce”
“Si magari tra quattro ore quando tutti saranno a nanna. A proposito è tardi, metti sull’acqua per la pastina, così mangi e poi vai a dormire. Lascia fare a me”
Sono un po’ frastornato per cui:
“Su, calma, non preoccupatevi che minuto più, minuto meno, arriverò comunque a casa…”
Vengo interrotto:
Minuto più? Vuole farti prendere l’autostrada, ma è completamente bloccata per dieci chilometri ed arriveresti a destinazione per le 19 e 35. Facendo la provinciale e poi la statale arriveremo prima. Esattamente venticinque minuti prima!”
“Chiedo scusa signorina, posso indicarle io dove andare?”
“Sai di non poter competere quindi passi agli insulti, vero? Non hai la visibilità del traffico, è come farsi guidare da un cieco. Metti un po’ di musica che lo porto a casa io!”
Vorrei dire qualcosa, ma mentre sto cercando le parole adatte realizzo che davanti a me non ci sono delle persone, ma dispositivi che, in realtà rispetto agli uomini, hanno un grosso vantaggio. Così accosto, spengo navigatore e telefono. E anche la radio. Ora, nel silenzio, guardo lo specchietto retrovisore. L’ingresso dell’autostrada è passato e la moltitudine di fari rossi mi aiuta a scegliere di non tornare indietro. Continuerò su questa strada seguendo le indicazioni.
Il viaggio prosegue accompagnato da un’irreale silenzio. Lo riempio pensando ai giochi della mia infanzia, tecnologicamente scarsi, ma che, proprio in questo momento, sto apprezzando più di allora.
Arrivo a casa. Sono le 19 e 20.
Poteva andare peggio.